Categoria: Edifici, porte e archi

  • Castello Theodoli

    Castello Theodoli

    Storia

    Il castrum di Ciciliano, citato nel X secolo come semplice fundus, compare con questo nome per la prima volta nel 1143 e viene confermato nel 1189 all’Abazia benedettina di Subiaco. Già nel X secolo, per proteggere i propri confini verso Tivoli, l’Abbazia aveva fatto costruire sulle alture circostanti il castrum Bovarano — poi abbandonato nel XII secolo — e la Rocca d’Elci. Il castello di Ciciliano ha come nucleo originario la Rocca eretta dall’Abazia intorno al XII secolo con accanto la chiesa di S. Erasmo.

    Il 18 gennaio 1357 i Colonna acquistano la terza parte di Ciciliano.

    21 agosto 1373 – Testamento di Pietro Colonna, figlio di Giordano Colonna, con il quale lascia ai figli una serie di castelli fra i quali Ciciliano. Nell’atto sono elencati i castelli con i relativi confini. Non vi si trovano descrizioni dell’abitato ma viene citata la chiesa di Santa Maria di Ciciliano.

    La trasformazione da rocca a castello è avvenuta in fasi successive. Un primo ampliamento, nel XV secolo, è opera dei Colonna che realizzarono un impianto quadrato con torri angolari tipico dell’edilizia fortificata quattrocentesca.

    Ai Theodoli, che acquistarono il feudo di Ciciliano nel 1572, si deve la trasformazione del complesso in residenza signorile (“il palazzo”). A loro è attribuito anche il ribaltamento dell’ingresso originario, al quale si accedeva dall’interno del borgo fortificato (“il castelluccio”), e la realizzazione dello scalone a ferro di cavallo che collega l’edificio alla Piazza di Corte, delimitata sul lato opposto dall’imponente granaio.
    Sempre ai Theodoli, si devono la costruzione della scala cordonata che, dal cortile, attraverso un loggiato conduce al giardino pensile di S. Erasmo – dotato di cisterna e di alberi di tasso -, l’allestimento del piccolo oratorio ricavato nel ‘600 al piano superiore del loggiato, e l’accesso alle sale del piano nobile e al giardino pensile superiore. Quest’ultimo ospita secolari alberi di bosso e conserva ancora un pozzo funzionante che attinge da una grande cisterna interrata.

    • Castello Theodoli – vista aerea lato nord. A destra il giardino occidentale con la chiesa di S. Erasmo

    Sul cortile, dove è collocata un’ara romana, affacciano l’ampia cucina, un antico forno alla base della torre maestra e un torcularium per pigiare le uve inserito nella caditoia dell’antica porta.

    Dall’androne di ingresso si accede alle segrete dove sono ancora visibili i graffiti fatti dai detenuti. All’inizio del XX secolo risalgono gli ultimi restauri e il ripristino della merlatura guelfa.

    • Castello Theodoli Ciciliano
      Castello Theodoli Ciciliano – Torre rotondo sud ovest inizi ‘900

    Studi sul castello Theodoli

    Il 12 ottobre 2013 si è svolto il convegno Rocche Sublacensi medievali. Il castello Theodoli di Ciciliano nel suo contesto storico e paesaggistico, seguito dall’2ème atelier croisé, organizzato dal 12 al 20 ottobre 2013 dall’École de Chaillot (Parigi) e “Sapienza”, Università di Roma, in collaborazione con l’associazione Comitato Art. 9.
    Gli elaborati dell’Atelier, che hanno ottenuto un prestigioso premio internazionale, sono stati esposti al pubblico in una mostra dal 15 al 23 agosto 2015 nel salone del castello Theodoli.

    • Castello Theodoli Ciciliano 2ème atelier croisé “Chaillot / La Sapienza” Tavola 1
      Tavola 1

    Il giorno 8 aprile 2014 si è svolto un secondo convegno sull’Analisi morfologica del Borgo di Ciciliano e delle fasi storiche del Castello Baronale.

    Il giorno 18 marzo 2015 si è svolto il convegno “Studi sul castello Theodoli”.

    Visitare il castello Theodoli

    Il castello è di proprietà privata ed è aperto al pubblico soltanto in occasioni particolari.

    Bibliografia

    École de Chaillot / La Sapienza, Analisi morfologica del Borgo di Ciciliano e delle fasi storiche del Castello Baronale, Presentazione al corso di specializzazione in Beni Culturali e del Paesaggio, Ciciliano, 8 aprile 2014
    École de Chaillot / La Sapienza, Architettura partecipata a Ciciliano – indagine della popolazione, Presentazione al corso di specializzazione in Beni Culturali e del Paesaggio, Ciciliano, 8 aprile 2014
    Giacomo Carcano, Rilievo e analisi della torre Nord-Est del castello Theodoli, Presentazione al convegno “Studi sul castello Theodoli”, Ciciliano, 18 marzo 2015
    Federico Manino, Gli impianti tecnici del castello Theodoli di Ciciliano, Presentazione al convegno “Studi sul castello Theodoli”, Ciciliano, 18 marzo 2015
    Elena Nicolò, Studio delle murature del castello Theodoli di Ciciliano, Presentazione al convegno “Studi sul castello Theodoli”, Ciciliano, 18 marzo 2015

  • L’antico sentiero dei Pellegrini

    L’antico sentiero dei Pellegrini

    L’antico Sentiero dei Pellegrini porta dalla chiesa di Santa Maria Maddalena e annesso Hospitale presso il Passo della Fortuna al santuario della Mentorella, il più antico santuario mariano d’Italia; è citato dal ‘600 nelle Visite Pastorali dei Vescovi di Tivoli e ancora all’inizio del ‘900 come il percorso più breve per la Mentorella e Guadagnolo venendo da Tivoli. Il sentiero è collegato al Cammino di San Benedetto in quanto secondo un’antica e consolidata tradizione il Santo soggiornò in una grotta nei pressi del Santuario.

    Una passeggiata tra storia, fede, natura e leggende

    (1) Passo della Fortuna. Ostaria

    Già frequentato durante la preistoria, sotto il controllo degli Equi divenne importante crocevia per le rotte delle transumanze e in epoca romana per i collegamenti con Praeneste attraverso un percorso già indicato nella Tabula Peutingeriana e con Tibur lungo una strada ricalcata in parte dall’odierna via Empolitana.

    Il nome, attestato nei documenti solo all’inizio dell’800, secondo alcuni deriverebbe dalla presenza di un tempio dedicato alla Dea Fortuna per il rinvenimento in zona di diversi ex voto in terracotta. Riporta la notizia del rinvenimento l’archeologo Rodolfo Lanciani per averla appresa dal Marchese Alfonso Theodoli in data 16 marzo 1906. Per altri il nome farebbe riferimento al fatto che dal Passo si poteva raggiungere il santuario della Fortuna di Palestrina.

    Il toponimo locale Ostaria, diffuso nella tradizione orale, deriva dal fabbricato del XVII secolo che insiste sul culmine della strada Empolitana venendo da Tivoli subito dopo il bivio per Ciciliano. Era una stazione di posta e luogo di ristoro e pernottamento per i viandanti e peri barrocciai in transito. Nei pressi era reperibile l’avvettatore, conducente di una coppia di buoi che aiutava i carrettieri a superare il dislivello del passo.

    (2) Chiesa, Ospedale e Prato di Santa Maria Maddalena

    Il complesso data alla prima metà del 1400. Nei locali dell’Hospitale, riedificato nel ‘600, annessi alla chiesa rurale di Santa Maria Maddalena, vi era un servizio d’accoglienza per i poveri e per i pellegrini che si recavano al Santuario della Mentorella. Vi trovavano riparo dalle intemperie anche i lavoratori dei campi e i viandanti. Tutti potevano dissetarsi al pozzo esistente nel prato antistante. Nella chiesa è presente un ciclo di affreschi del XVII secolo.

    (3) Area archeologica di Trebula Suffenas

    In questa contrada esisteva un tempo l’antica comunità chiamata da Plinio il Vecchio Trebula dei Suffenati, la quale rimase in vita dal VII sec. a.C. al IV sec. d.C. I Suffenati erano una popolazione della grande famiglia degli Equi, all’interno della quale i Trebulani occupavano un’area prossima alle genti latine, tra cui i Tiburtini a nord, i Prenestini a sud e, a partire dal IV sec. a.C., i Carseolani ad est. Trebula nel IV sec. a.C. entrò nell’orbita romana, ricevendo la cittadinanza sine suffragio, cioè senza diritto al voto.

    Dopo la guerra sociale (inizi del I sec. a.C.) ebbe invece cittadinanza romana optimo jure cioè con diritto di voto. I resti della comunità trebulana sono concentrati all’interno della Villa Manni e a sud della Via D’Elci, dove si possono riconoscere il Foro, le terme, numerose strade e veri edifici. Le molte iscrizioni trovate ci documentano l’esistenza di duoviri a capo della città, di edili e di questori, nonché di vari sacerdozi, il più importante dei quali fu quello degli “Augustali”. All’interno delle terme alcuni ambienti erano decorati con pavimenti e mosaico, di cui sono rimasti le parti riguardanti il mito di Elle e Frisso, oppure scene con palestriti che rimandano alle analoghe raffigurazioni di Ostia. Fra le numerose divinità adorate sembra avere un ruolo preminente la Dea Fortuna. che potrebbe aver lasciato il nome all’attuale ‘Salita della Fortuna’. Peraltro considerazioni di ordine topografico e recenti rinvenimenti nell’area a sud di via Rocca d’Elci fanno supporre la presenza di un Santuario terrazzato dedicato probabimente ad Ercole.

    Trebula dei Suffenati aveva sotto il suo controllo un’area abbastanza vasta, sulla quale nel medioevo sorsero tutti gli attuali paesi del circondario (Castel Madama, Ciciliano, Sambuci, Pisoniano, Cerreto, Gerano, Canterano, Rocca Canterano, Rocca di Mezzo, Rocca Santo Stefano, Saracinesco, Anticoli Corrado, Marano Equo, Agosta).

    (4) Parabòcio

    Suggestive cascatelle di acque cristalline alimentate da sorgenti di deflusso carsico. Dopo il nubifragio del 14 novembre 2015 (82 mm di pioggia in due ore), i percorsi d’acqua si modificarono e la portata della cascata finale (il Parabocio) inizialmente sparì per riprendersi dopo con una portata minore.

    (5) Bivio per la Fonte della Nocchia e la Rocchetta (m.767)

    La Fonte della Nocchia che alimenta tuttora l’acquedotto per Ciciliano approvvigionò in passato Trebula Suffenas e nel medioevo alimentò la Mola della Rocca, mulino a servizio dei villaggi di Civitas Noae, San Valerio e San Magno posto lungo il fosso denominato Vae (guado) e Simone.

    La Rocchetta o Rocca de Ilice (da ilex. leccio) fu edificata intorno all’anno 1000 dai monaci di Subiaco a controllo dei confini contesi a Tivoli, a difesa delle possessioni montane e del villaggio Civitas noe con l’annessa chiesa di S. Giovanni, insediamento sorto sulle rovine di Trebula. Fortilizio dei Colonna dal XIV secolo, decadde dopo il 1500 e fu definitivamente abbandonato quando il feudo di Ciciliano rientrò nel totale possesso della famiglia Theodoli.

    (6) Castrum Morellae, I Tre Murruni

    Fu un luogo fortificato posto in prossimità della Fons Ilicis, oggi Fonte della Morrélla. Il fortilizio fu eretto su una cima caratterizzata da tre speroni rocciosi, murruni. a protezione dei pascoli alti della Montagna per i quali sorsero spesso rivendicazioni d’uso tra i pastori d Poli-Guadagnolo e quelli di Ciciliano e tra i signori di Poli e l’Abbazia di Subiaco. Fu edificato intorno al 1200 ed ebbe vita breve dopo che rientrò definitivamente in possesso dei monaci sublacensi che possedevano la vicina Rocchetta.

    (7) Fonte della Morrélla: leggenda della Sacra Famiglia

    L’acqua gelida sgorga al di sotto di una grossa pietra o morra.

    Presso la fonte vi è un masso levigato sul quale appaiono delle impronte che ricordano quelle di un ginocchio di un animale inginocchiatosi per bere.

    La tradizione locale vuole che le orme appartengano alla mula condotta da San Giuseppe, che trasportava la Madonna ed il Bambino Gesù lungo l’antica via che conduce alla Mentorella.

    (8) Ara della Croce: leggenda di S. Eustachio

    L’ara o aia è un pianoro in terra battuta esposto ai venti. usato in antico per battere il grano o farlo calpestare dai buoi condotti in circolo. Le spighe così tritate erano alzate al vento con pale di legno. La pula, più leggera, era trasportata lontano mentre il cereale, più pesante, cadeva al suolo.

    La leggenda eustachiana risale all’VIII secolo e narra che un ufficiale romano di nome Placido, mentre inseguiva un cervo durante una battuta di caccia, assistette ad un prodigio: una croce luminosa comparve tra le corna dell’animale. Placido, edotto del significato della croce, divenne cristiano e battezzato assunse il nome di Eustachio. Visse ai tempi di Traiano e morì martire sotto l’imperatore Adriano. Un’antica tradizione identifica il luogo del prodigio “nei monti della Mentorella, là dove sorge il Santuario di S. Maria in Vulturella, sopra Ciciliano”. Una versione locale pone il primo incontro con il cervo nel pianoro che per questo fu detto Ara della Croce. La presenza di cervi nella zona fu rilevante sia nell’antichità che nel medioevo, l’ultimo esempplare fu abbattuto nella seconda metà dell’800.

    (9) Santuario di Santa Maria in Vulturella (m. 1018)

    La chiesa è citata per la prima volta in un diploma pontificio dell’anno 958 a proposito di una determinazione di confini delle terre possedute dall’Abbazia sublacense.

    Nella prima metà del 1200 il vescovo tiburtino Ciaro dirigeva ai fedeli della diocesi una lettera pastorale nella quale esponeva lo stato di decadimento della chiesa a causa delle guerre feudali, enumerava i titoli d’onore tradizionali che la rendevano veneranda, quali l’apparizione del cervo crocifero a S. Eustachio e la sua consacrazione all’epoca di Costantino per mano di San Silvestro papa, ed esortava i devoti affinché venissero in suo soccorso con larghe elemosine. Giovanni di Giacomo, oblato di Ciciliano, fu delegato a raccogliere le offerte per il soccorso della chiesa che venne riedificata con quell’assetto architettonico che ancora oggi conserva grazie ai restauri eseguiti nel ‘600 per iniziativa del dotto gesuita Atanasio Kirker.

    Kirker ideò i “portavoce della Mentorella“, amplificatori di suoni che potevano essere uditi a diversi chilometri di distanza, per richiamare alle funzioni religiose gli abitanti dei paesi della valle del Giovenzano.

    Annesso alla chiesa vi è un monastero gestito dal 1857 dai Padri Resurrezionisti polacchi. Appena eletto papa, San Giovanni Paolo II andò in pellegrinaggio al santuario il 29 ottobre 1978.

    (10) Guadagnolo (m. 1218)

    Il sentiero dei pellegrini finisce al santuario della Mentorella, ma chi vuole può proseguire fino a Guadagnolo, il più alto centro abitato della provincia di Roma che guarda la Capitale e moltissimi tra paesi e città, fino al Tirreno e al Gran Sasso d’Italia.

    Sulla sommità del paese sorge la statua bronzea di “Cristo Fratello Universale” che ha sostituito il vecchio Monumento al Redentore in pietra locale, abbattuto dai fulmini, eretto per celebrare l’inizio del XX secolo dell’era cristiana.

    Fonti

    Questa pagina si basa sul pannello informativo “Un’antica via tra storia, fede e natura”realizzato nel 2010 dal Comune di Ciciliano con il contributo della Provincia di Roma in collaborazione con Legambiente Lazio e la partecipazione dell’APS Comitato Art. 9 con testi di Valerio Calvari, Giovanni Minorenti. Franco Sciarretta e Massimo Spaventa.

  • Palazzo Colonna

    Palazzo Colonna

    Notizie storiche

    La presenza dei Colonna in Ciciliano, salvo brevi vacanze dovute a confische papali, va dal XIV al XVI secolo. In data 18 gennaio 1357 Pietro Giordano Colonna Signore di Genazzano acquistò da Sant’Alberto Romano del rione Monti la terza parte del Castello di Ciciliano. (Castello inteso come possesso fondiario del territorio). Nel 1373, insieme a S. Vito e Pisoniano, già posseduti dai Colonna, Ciciliano figura nel suo testamento.

    Negli anni che seguono i Colonna, anche se proprietari della Rocca benedettina, intorno alla quale impostarono l’attuale assetto del Castello con corte centrale e torri angolari, preferirono costruire nella parte bassa dell’abitato una residenza più confacente alle loro necessità, il cosiddetto Palazzo Colonna. Intorno al Palazzo prese corpo il Borgo Colonna. Il Palazzo, originariamente abbastanza comodo per ampiezza e dislocazione, atto a soddisfare una estemporanea presenza dei Signori, troneggia ancora al centro del borgo. L’edificio reca a fronte lo stemma gentilizio dei Colonna con sovrapposto il simbolo papale delle chiavi e del triregno, evidente riferimento al pontificato di Martino V (Oddone Colonna).

    Palazzo Colonna, catasto gregoriano 1820

    Dettaglio costruttivo

    Fu probabilmente se non edificato almeno ampliato dal Cardinale Oddone Colonna poi papa col nome di Martino V (1417-1431). Non si può escluderlo quale realizzatore del complesso per la sua dinamicità costruttiva e conservativa. Fu scritto di lui: “Probo, di poca spesa, non pomposo. Restauratore di monumenti antichi ed edificatore”.

    Nel 1427 moriva in Tivoli il Vescovo Sante. Martino V il 7/5/1427 nominava Vescovo di Tivoli un suddito di casa Colonna, nella persona di Nicolò De Cesari, di Ciciliano (1427- 1450).

    Intorno alla metà del XV secolo, probabilmente su committenza Colonna, fu edificato il primo nucleo (oggi l’abside) della chiesa di Santa Liberata con il ciclo di affreschi attribuiti alla cerchia di Antoniazzo Romano.

    Nel 1563 cessò la presenza feudale dei Colonna in Ciciliano con la vendita del feudo, che comprendeva anche San Vito e Pisoniano, a Domenico Massimo il quale il 5 aprile del 1566 venne nominato da papa Pio VI 1° Conte di Ciciliano.

    Marcantonio Colonna fu spinto alla vendita di Ciciliano dalla necessità di pagare dei debiti contratti per l’acquisto di navi da guerra impiegate per la difesa delle coste laziali spesso attaccate da pirati barbareschi e per dotare le sorelle.

    La bifora

    La bifora che si presenta sulla facciata è in pietra, incassata in una cornice a sottoquadro ornata a dentelli; ognuno dei fori è tribolato e con rosetta in alto, è incorniciato da un motivo a tortiglione e delimitato da una colonnina a sezione poligonale.

    Sopra alla bifora un riquadro, sempre in pietra, racchiude lo stemma dei Colonna e quello del papa con il triregno e le chiavi incrociate. La struttura muraria è costituita dall’uso di pietre ben squadrate, disposte in modo regolare. La raffinatezza, l’eleganza, la ricercatezza esecutiva delle parti sia strutturali, sia estetiche, testimonia del prestigio e del potere raggiunto dai Colonna. In origine le bifore erano tre.

    Il portone di ingresso

    Il portale, in via dei Colonna, sul lato nord del palazzo, è in arenaria, ornato da un mascherone sulla chiave di volta; è caratterizzato da due imposte aggettanti ed una chiave di volta a forma di piramide tronca rovesciata. Il suddetto portone, potrebbe anche non essere l’originario, il palazzo come appare oggi, mostra notevoli modifiche ed aggiunte, vi furono addossate nuove costruzioni ed operate ristrutturazioni interne ben riscontrabili nei piani inferiori. Resta integra gran parte della facciata Sud-Ovest.

    Il lavatoio pubblico

    Sul lato sud del palazzo, a fianco delle probabili scuderie, sorgeva un lavatoio pubblico. Era alimentato dall’acqua che nel 1869 l’arciprete Riccardi con il concorso del popolo addusse dalla montagna a Ciciliano per alimentare la fontana pubblica della piazza.

    L’acqua scorreva in basso, per l’abbeveraggio dei quadrupedi, prima al fontanile ancora oggi esistente in Via Roma, ornato da un elemento di epoca romana in calcare locale, decorato con fiorone in bassorilievo, il sopravanzo poi alimentava il lavatoio, demolito nel 1965.

  • La chiesa di San Magno

    La chiesa di San Magno

    Antico Patrono di Ciciliano venerato da Longobardi, Romani e Frisoni

    La presenza della chiesa rurale intitolata a San Magno, alle pendici dei Monti Prenestini, al di sotto dello sperone della Mentorella, è indicativa di un insediamento di Longobardi nel territorio di Ciciliano in quanto è noto, dopo la conversione al cattolicesimo, il loro culto per il Santo Vescovo e martire. Culto che dall’Italia centrale si diffuse poi sino alle zone costiere del Mare del Nord abitate dai Frisoni, antica popolazione di stirpe germanica.

    Luoghi del culto di San Magno in Italia centrale sec. X-XII

    Luoghi del culto di San Magno in Nord Europa

    Le prime citazioni della chiesa sono nel Regesto Tiburtino, in un documento dell’anno 945, a proposito di un “casale in sanctum magnum” che doveva un maiale o il corrispettivo in denaro al Vescovo di Tivoli e in una bolla papale del 978 di conferma alla Chiesa di Tivoli del possesso del “fundum grecorum. fundum virdilianum. ubi est aecclesia sancti magni”. Greci erano detti i coloni provenienti dal sud Italia “bizantino”, parte dell’Impero Romano d’Oriente e ancora nella prima metà del secolo scorso a Ciciliano erano detti “Greggi” i frati maroniti libanesi che verso la fine dell’800 avevano edificato un convento sulla collina di Santa Liberata.

    Abside lato sud

    Lato nord

    Ingresso

    Nel 1005, col general privilegio di Papa Giovanni XVIII, riportato nel Regesto Sublacense, i “casali dei greci e san magno” vengono concessi al Monastero benedettino, possesso confermato nel 1015.

    Dopo l’incastellamento di Ciciliano (sec. XI-XII) le piccole comunità rurali insediate nel territorio iniziarono a trasferirsi nel castrum e le chiese campestri di riferimento subirono un progressivo declino, alcune scomparvero del tutto (Sant’Eleuterio, Sant’Anastasio, Santa Cecilia) altre nel tempo ebbero vicende alterne (San Valerio, San Giovanni, San Pietro, Santa Maria Maddalena).

    Nella visita apostolica del 1581 la chiesa di San Magno viene definita “male actata e diruta”, non vi si celebrava ed era stata da poco unita, con le sue pertinenze e benefici, alla chiesa parrocchiale di Santa Maria (sec. XIV), come pure la chiesa di San Pietro, anch’essa di probabile origine longobarda. Il visitatore ordinò di erigere un altare intitolato ai due santi nella chiesa parrocchiale e di celebrarvi due volte al mese. L’altare non fu mai eretto ma evidentemente la chiesa fu resa agibile perché un secolo dopo, nel 1681, così ne scriveva il parroco di Ciciliano al Vescovo di Tivoli: “La chiesa di S. Magno lontana quasi un miglio è pure unita alla Parrocchiale, ha otto rubbia di terreni (circa 16 ettari) non però tutti lavorativi e vi si celebra la messa dell’Arciprete il giorno della sua festa li 19 Agosto e vi si va in processione con li sacchi doppo la messa si fa la distribuzione del Pane benedetto in honore del Santo et utilità degli infermi a spese dell’Arciprete concorrendovi molti forestieri da luoghi convicini alla devozione”.

    Carta della Diocesi Tiburtina di Diego Revillas

    Dettaglio della carta con San Magno in evidenza

    Nella visita pastorale del 1731 la chiesa di San Magno è descritta di nuovo in rovina, nel 1739 nella Carta della Diocesi Tiburtina di Diego Revillas compare ancora in piedi (come San Pietro e la recente S. Maria del Carmine mentre San Valerio e San Giovanni sono “dirute”, sconsacrate da oltre un secolo), in seguito non viene più citata nei documenti se non come toponimo della località. L’archeologo Rodolfo Lanciani che ne visitò i resti nel 1908 la descrive “di tipo basilicale con due porticine di fianco murate e nartece… La nostra guida ricorda avervi visto affreschi”.

    Abside

    Abside – particolare

    Lato sud

    Oggi dell’antica chiesa restano solo pochi ruderi, avvolti dalla vegetazione e quasi introvabili senza precise indicazioni, che offrono comunque una visione suggestiva. Il sito è stato parzialmente ripulito da alcuni volontari nei primi anni 2000 e sarebbe auspicabile un nuovo intervento di volenterosi per rendere più facilmente visitabile questa importante memoria storica.

    Secondo la tradizione agiografica San Magno (II-III sec.), Vescovo di Trani, Patrono di Anagni, predicò il Vangelo in molte località del Lazio, subì il martirio durante la persecuzione dei Cristiani ordinata dall’imperatore Decio. Le sue reliquie, riscattate dai Saraceni, sono venerate dal X secolo nella cripta magnificamente affrescata della cattedrale di Anagni. È il più antico Patrono di Ciciliano a cui si aggiunsero poi come compatroni, invocati quali protettori da epidemie, Santa Liberata nel XV secolo e San Rocco nel XVIII.

    La cripta di San Magno a Anagni

    Processione San Magno anni 40

    Processione San Magno anno 2020 circa

    La festa del Santo Patrono a distanza di secoli continua ad essere puntualmente celebrata il 19 agosto con una messa solenne nella chiesa parrocchiale dalla quale si avvia la tradizionale processione in suo onore, con i “sacchi”, i camici, e il trasporto di numerosi “attrezzi” e della “macchina” con il busto del Santo in abiti episcopali, che risale simbolicamente la collina di Santa Liberata per poi rientrare in paese.

    Un’immagine di San Magno (San Manno) è presente nel ciclo di affreschi del XV secolo della chiesa di Santa Liberata attribuiti alla cerchia di Antoniazzo Romano.

    Chiesa Santa Liberata, San Magno, particolare

    Bibliografia

    DisponibilitàDescrizione della fonte o documento
     Archivio storico diocesano di Tivoli, Ciciliano, Pos. 23/6b, fascicoli 3-10, cartella n. 20, Atti delle Sacre Visite 4-6 aprile 1581 (trascrizione dattiloscritta inedita di Renzo Mosti); preparatorio sinodo 1681-1682 (informazione del parroco di Ciciliano don Giuseppe Rossi al Vescovo di Tivoli), 1731.
     Bruzza Luigi Maria (a cura di), Il Regesto della Chiesa di Tivoli, Tipografia della Pace, Roma 1880.
     Allodi Leone & Levi Guido (a cura di), Il Regesto Sublacense del Secolo XI, Biblioteca della R. Società romana di storia patria, Roma 1885.
     linkFederici Domenico, I Longobardi alle porte del Ducato di Roma (sec. VI-XII), in “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte”, XXXV, p. 19, Tivoli 1962.
    Persili Antonio, Comunità e chiese a Ciciliano. Frammenti di storia di un popolo, pp. 47-49, Consorzio RES Editore, Roma 1995.
    Buonocore Marco (a cura di), Appunti di topografia romana nei Codici Lanciani della Biblioteca Apostolica Vaticana, V, pp. 278-279, Edizioni Quasar, Roma 2002.
    Calvari Valerio & Spaventa Massimo, Documenti per la Carta storico-archeologica del territorio dell’antica Trebula Suffenas, CD-ROM, scheda n. 37, Ciciliano 2013.
    Minorenti Giovanni, Ciciliano e il suo popolo, pp. 50-51, Tiburis Artistica ed., Tivoli 2014.
    Vella Alessandro, San Magno, patrono di Ciciliano, tra Longobardi, Romani e Frisoni, presentazione tenuta al Convegno “Testimonianze materiali e fonti scritte. Il Sacro ‘ritrovato’ nella Valle dell’Aniene“, Ciciliano 22 giugno 2024 (organizzato da Comitato Art. 9 in collaborazione con La Sapienza, Università di Roma).

    Autore: Valerio Calvari, agosto 2025. Le foto della chiesa sono di Mario Ceccarelli; le cartine con i luoghi del culto di San Magno e l’assonometria della chiesa sono di Alessandro Vella.

  • Le chiese di Ciciliano

    Le chiese di Ciciliano

    Ciciliano conta cinque chiese consacrate dove vengono svolte più o meno regolarmente funzioni religiose.

    La chiesa parrocchiale, in Corso Umberto I, è dedicata alla Beata Vergine Maria Assunta in Cielo e fu edificata tra il 1793 e il 1818, sopra la precedente chiesa parrocchiale di Santa Maria, risalente al XIV secolo.

    Vicina alla chiesa parrocchiale si trova la chiesa della Madonna della Palla, realizzata nel 1759 dal marchese architetto Gerolamo Theodoli.

    La chiesa di Santa Liberata è un piccolo santuario che si trova sull’omonimo colle e fu costruita in più fasi a partire dal XV secolo, epoca a cui risale il ciclo di affreschi dell’abside.

    La chiesa campestre di San Pietro è posta alle pendici del colle Santa Liberata e la sua edificazione è databile al X secolo. Ogni anno vi viene celebrata una messa il 29 giugno.

    Della chiesa di Santa Maria Maddalena al Passo delle Fortuna, non si conosce la data esatta di costruzione e si hanno sue notizie solo a partire dal 1581 ma è sicuramente più antica.

    Il nucleo originario della Chiesa di Sant’Erasmo fu edificato nell’XI secolo dai monaci benedettini del Monastero di Subiaco. Della prima chiesa di Ciciliano, sconsacrata nel XVII secolo, è rimasto l’edificio adiacente al castello Theodoli.

    Si hanno notizie di altre otto chiese campestri nel territorio. Delle antiche chiese di San Magno e di San Valerio sono rimasti soltanto dei muri.

    Delle chiese di San Giovanni, di Santa Cecilia e della Madonna del Carmine sono rimasti solo i toponimi delle località in cui sorgevano. Di Santa Maria de Limandrili, di Sant’Anastasio e di Sant’Eleuterio sono rimasti soltanto riferimenti bibliografici.

    Antica carta della Diocesi tiburtina (dettaglio)

    In questo dettaglio dell’antica cartina del 1739 della diocesi Tiburtina di Diego Revillas si vedono le chiese di San Pietro, di Santa Liberata, di Santa Maria (del Carmine), la scritta “Ospedale” (con adiacente la chiesa di Santa Maria Maddalena) e le chiese di San Giovanni, San Valerio e San Manno.

    Il collegio dei Maroniti

    Alla fine dell’Ottocento il Comune, proprietario della Chiesa di Santa Liberata, affidò ai Padri Maroniti libanesi la celebrazione delle funzioni religiose e concesse loro di addossare alla chiesa nuove costruzioni che si affacciano su un panoramico giardino pensile con cedri del Libano. Fino agli anni ’60 del XX secolo ha ospitato in estate preti e studenti maroniti. Poi non è stato più utilizzato.

    I santuari meta di pellegrinaggio

    Importanti per la vita religiosa di Ciciliano erano anche due santuari meta di pellegrinaggio da parte della popolazione.