Categoria: Storia

  • La storia di Ciciliano

    La storia di Ciciliano

    Posizione strategica

    Ciciliano, su un colle (m. 619) in posizione strategica tra i Monti Prenestini e i Monti Ruffi, domina le Valli dell’Empiglione e del Giovenzano, affluenti dell’Aniene, che convergono ai suoi piedi al Passo della Fortuna (m. 471) crocevia per le rotte delle antiche transumanze e per i collegamenti con Roma attraverso Tivoli o Palestrina.

    Gli Equi

    A partire dal VI-V sec. a.C. Ciciliano, come testimoniano le sostruzioni poligonali che risalgono la collina di Santa Liberata, le mura del vicino colle detto localmente Cocciaregliu e il santuario rurale in località Quarantelle,, fu uno degli oppidum degli Equi ricordati da Tito Livio da cui gli “eterni nemici di Roma” controllavano il territorio ad est di Tivoli. Una loro comunità locale citata da Plinio il Vecchio, i Suffenates, si insediò sul Passo della Fortuna dando origine al pagus di Trebula (termine assimilabile al nostro “Casale”).

    Le mura poligonali (Ciciliano)
    Mure poligonali testimoni della presenza degli Equi a Ciciliano

    L’epoca romana

    Dopo la conquista romana del territorio equo alla fine del IV sec. a.C. con la fondazione delle colonie di Alba Fucens e Carsoli, la cittadina di Trebula dei Suffenati divenne civitas sine sufragio e nel I secolo a.C. fu elevata a Municipio divenendo centro amministrativo di un vasto territorio che si estendeva nella Valle Empolitana, nella Valle del Giovenzano e nella media Valle dell’Aniene. Oggi sull’antico ager Trebulanus, in buona parte coincidente nell’Alto medioevo con la Massa Giovenzana, interessata dal fenomeno dell’incastellamento ad opera dell’Abbazia benedettina di Subiaco, sorgono almeno 17 centri abitati di fondazione medievale (Agosta, Anticoli Corrado, Canterano, Capranica Prenestina – Guadagnolo, Castel Madama, Cerreto, Ciciliano, Gerano, Marano Equo, Pisoniano, Rocca Canterano – Rocca di Mezzo, Rocca Santo Stefano, Sambuci, San Vito, Saracinesco)..

    Una delle numerose epigrafi rinvenute a Trebula Suffenas

    Trebula, decantata per la sua felice posizione dal poeta Marco Valerio Marziale quale soggiorno estivo da preferire a Tivoli e per la bontà dei suoi formaggi, ebbe notevole sviluppo nel corso della prima età imperiale anche grazie al favore della originaria famiglia dei Plauzi Silvani ascesa a Roma al rango senatorio. Il tribuno della plebe Marco Plauzio Silvano promulgò nell’89 a.C. la legge Plautia Papiria che estendeva la cittadinanza romana a tutte le comunità italiche riorganizzate in municipi. Nel 2 a.C. Marco Plauzio Silvano fu console assieme ad Augusto, combatté nei Balcani assieme al futuro imperatore Tiberio ed eresse il noto Mausoleo dei Plauzi presso Ponte Lucano; sua madre, Urgulania, di regale discendenza etrusca, è ricordata da Tacito come matrona molto influente a Roma in quanto intima amica e confidente di Livia, moglie di Augusto; sua figlia, Plauzia Urgulanilla, fu la prima moglie del futuro imperatore Claudio il quale nel 47 affidò ad Aulo Plauzio Silvano la conquista della Britannia. La documentazione epigrafica attesta che più di un membro della gens Plauzia fu patronus del Municipio che era ascritto alla tribus Aniensis e retto da duoviri.

    Le numerose testimonianze sinora emerse di questo importante passato fanno oggi del territorio di Ciciliano la più ampia e rilevante area archeologica del Lazio orientale dopo Tivoli e Palestrina.

    Quando nel V secolo iniziarono le invasioni barbariche Trebula fu progressivamente abbandonata e alcuni abitanti si rifugiarono sul vicino colle detto Caecilianum, perché possesso dei Caecili dove precedenti insediamenti sono testimoniati dai resti di mura poligonali e di una villa romana.

    Il medioevo

    Negli ultimi secoli dell’Alto Medioevo per impulso degli Abati benedettini di Subiaco e dei Vescovi di Tivoli nel territorio circostante, sulle rovine di Trebula e delle villae rusticae ad essa connesse, si insediarono diverse comunità agricole tra cui il vicus San Valerio e Civitas Noe sulle rovine di Trebula, raccolte intorno a sette chiese rurali delle quali oggi restano San Pietro “in desertis posita” alle pendici del colle Santa Liberata e i ruderi di San Magno, San Valerio, San Giovanni e Santa Cecilia nelle località omonime mentre il sito di San Eleuterio potrebbe essere identificato con il criptoportico della grande villa romana detta dei “Grottoni”.

    A partire dal X secolo i contrasti tra Subiaco e Tivoli per il controllo del territorio portarono ad opera degli Abati sublacensi alla nascita di rocche sulle alture dominanti il Passo della Fortuna e la valle del Giovenzano, Castrum Buberani detto anche Rocca Iubenzana, Rocca d’Elci, Castrum Morellae e infine, intorno al XII secolo, all’incastellamento di Ciciliano attorno alla Rocca e alla Chiesa di S. Erasmo.

    La famiglia Colonna

    Nel 1357 il Castrum Cecigliani entrò a far parte dei possedimenti della famiglia Colonna; nei primi decenni del ‘400 fu teatro di scontri con la rivale famiglia Orsini e nel corso del ‘500 oggetto di varie confische papali tra cui quelle ad opera

    • di Alessandro VI (Rodrigo Borgia) che vi fece risiedere (1500-1503) il fanciullo Giovanni Borgia, detto “l’Infante Romano”, da alcuni ritenuto figlio illegittimo di Lucrezia Borgia;
    • di Paolo III Farnese (1541-1549) che dopo un assedio fece smantellare le mura del Castrum per il rifiuto dei Colonna di pagare nei loro feudi le tasse sul sale e focatico dalle quali erano stati esentati da papa Martino V (Oddone Colonna);
    • di Paolo IV Carafa che incluse Ciciliano nel Ducato di Paliano dato al nipote Giovanni Carafa (1555-1559).
    Palazzo Colonna
    Palazzo Colonna anni 70

    Nel 1563 Marco Antonio Colonna, tornatone in possesso, per levarsi alcuni debiti e dotare le sorelle, vendette il Castello di Ciciliano, assieme a quelli di San Vito e Pisoniano, a Domenico Massimo il quale ottenne dal pontefice il riconoscimento del nuovo feudo e il titolo di Conte di Ciciliano.

    Al periodo Colonnese. risalgono l’ampliamento della Rocca, ad impianto quadrato con torri angolari, il palazzetto con archetti gotici sede sino alla seconda metà del “700 della chiesa parrocchiale di Santa Maria, quello con finestre bifore sormontate dallo stemma papale di Martino V (Oddone Colonna, 1417-1431), il ciclo di affreschi della Chiesa di Santa Liberata, eseguiti nel XV secolo da Maestri della cerchia di Antoniazzo  Romano, il primo impianto della Chiesa di Santa Maria Maddalena al Passo della Fortuna con l’annesso Hospitale, riedificato nel ‘600.

    La famiglia Theodoli

    Nel 1572 il feudo, con titolo di Contea, fu acquistato dal nobile forlivese Gerolamo Theodoli, Vescovo di Cadice, al quale il re di Spagna aveva assegnato cospicui benefici e che aveva già eretto un imponente palazzo di famiglia (detto “del Calice”) a Roma in Via del Corso e realizzato per le sepolture di famiglia la Cappella di Santa Caterina nella chiesa di Santa Maria del Popolo (a sinistra dell’altare maggiore, a fianco di quella con i celebri dipinti del Caravaggio). Il quattordicenne Theodolo, suo erede nel 1579, concesse lo stesso anno un proprio Statuto a Ciciliano e nel 1596 ottenne dal papa anche il titolo di Marchese di San Vito.

    I Theodoli, elevati nel ‘600 al rango di Marchesi di Baldacchino che li parificava ai principi romani e contemplava, tra diversi privilegi quello di poter ospitare il pontefice, simboleggiato dall’innalzamento di un baldacchino nelle proprie dimore, esercitarono i diritti feudali sulla Contea di Ciciliano sino al 1816; ad essi si deve la definizione urbanistica del centro storico (racchiuso tra Porta di Corte e Porta di Sotto): il grande granaio con botteghe sottostanti, che delimita un lato dell’antica Piazza del borgo di fronte al quale, al centro, campeggia la Chiesa della Madonna della Palla (1759), pregevole opera del marchese architetto Gerolamo Theodoli, Principe dell’Accademia di San Luca,e la trasformazione, con vari interventi nel corso dei secoli, della originaria rocca medievale nell’attuale Castello Theodoli tuttora proprietà della famiglia.

    Il castello Theodoli anni 1950

    Età contemporanea

    Nel 1799 Ciciliano subì un saccheggio ed un incendio ad opera di truppe franco-tiburtine come ritorsione per l’uccisione di otto loro soldati avvenuta in paese. Gli abitanti si salvarono rifugiandosi nei paesi vicini e sui monti circostanti.

    Un esodo parziale si verificò anche nel maggio 1944 durante l’occupazione del paese da parte di reparti tedeschi in ritirata dal fronte di Cassino.

    Tra gli edifici più significativi: la parrocchiale dell’Assunta realizzata tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, il collegio siro maronita con giardino pensile a fianco della chiesa di Santa Liberata di fine ‘800, l’ex edificio scolastico costruito nel 1926 e sopraelevato nel 1950, l’ex asilo Theodoli del 1940, del 1960 il Centro Sociale con sala teatrale e annesso campo sportivo in corso di ristrutturazione, il Museo civico archeologico di prossima apertura.

    Dagli anni Sessanta del XX secolo si è visto un abbandono graduale delle attività agricole ed una emigrazione verso la vicina metropoli di Roma. Dagli anni Settanta del XX secolo si assiste ad uno spopolamento del centro storico ed uno sviluppo urbanistico più a valle.

    La sala consigliare nel vecchio comune in Piazza del Municipio
  • L’antico sentiero dei Pellegrini

    L’antico sentiero dei Pellegrini

    L’antico Sentiero dei Pellegrini porta dalla chiesa di Santa Maria Maddalena e annesso Hospitale presso il Passo della Fortuna al santuario della Mentorella, il più antico santuario mariano d’Italia; è citato dal ‘600 nelle Visite Pastorali dei Vescovi di Tivoli e ancora all’inizio del ‘900 come il percorso più breve per la Mentorella e Guadagnolo venendo da Tivoli. Il sentiero è collegato al Cammino di San Benedetto in quanto secondo un’antica e consolidata tradizione il Santo soggiornò in una grotta nei pressi del Santuario.

    Una passeggiata tra storia, fede, natura e leggende

    (1) Passo della Fortuna. Ostaria

    Già frequentato durante la preistoria, sotto il controllo degli Equi divenne importante crocevia per le rotte delle transumanze e in epoca romana per i collegamenti con Praeneste attraverso un percorso già indicato nella Tabula Peutingeriana e con Tibur lungo una strada ricalcata in parte dall’odierna via Empolitana.

    Il nome, attestato nei documenti solo all’inizio dell’800, secondo alcuni deriverebbe dalla presenza di un tempio dedicato alla Dea Fortuna per il rinvenimento in zona di diversi ex voto in terracotta. Riporta la notizia del rinvenimento l’archeologo Rodolfo Lanciani per averla appresa dal Marchese Alfonso Theodoli in data 16 marzo 1906. Per altri il nome farebbe riferimento al fatto che dal Passo si poteva raggiungere il santuario della Fortuna di Palestrina.

    Il toponimo locale Ostaria, diffuso nella tradizione orale, deriva dal fabbricato del XVII secolo che insiste sul culmine della strada Empolitana venendo da Tivoli subito dopo il bivio per Ciciliano. Era una stazione di posta e luogo di ristoro e pernottamento per i viandanti e peri barrocciai in transito. Nei pressi era reperibile l’avvettatore, conducente di una coppia di buoi che aiutava i carrettieri a superare il dislivello del passo.

    (2) Chiesa, Ospedale e Prato di Santa Maria Maddalena

    Il complesso data alla prima metà del 1400. Nei locali dell’Hospitale, riedificato nel ‘600, annessi alla chiesa rurale di Santa Maria Maddalena, vi era un servizio d’accoglienza per i poveri e per i pellegrini che si recavano al Santuario della Mentorella. Vi trovavano riparo dalle intemperie anche i lavoratori dei campi e i viandanti. Tutti potevano dissetarsi al pozzo esistente nel prato antistante. Nella chiesa è presente un ciclo di affreschi del XVII secolo.

    (3) Area archeologica di Trebula Suffenas

    In questa contrada esisteva un tempo l’antica comunità chiamata da Plinio il Vecchio Trebula dei Suffenati, la quale rimase in vita dal VII sec. a.C. al IV sec. d.C. I Suffenati erano una popolazione della grande famiglia degli Equi, all’interno della quale i Trebulani occupavano un’area prossima alle genti latine, tra cui i Tiburtini a nord, i Prenestini a sud e, a partire dal IV sec. a.C., i Carseolani ad est. Trebula nel IV sec. a.C. entrò nell’orbita romana, ricevendo la cittadinanza sine suffragio, cioè senza diritto al voto.

    Dopo la guerra sociale (inizi del I sec. a.C.) ebbe invece cittadinanza romana optimo jure cioè con diritto di voto. I resti della comunità trebulana sono concentrati all’interno della Villa Manni e a sud della Via D’Elci, dove si possono riconoscere il Foro, le terme, numerose strade e veri edifici. Le molte iscrizioni trovate ci documentano l’esistenza di duoviri a capo della città, di edili e di questori, nonché di vari sacerdozi, il più importante dei quali fu quello degli “Augustali”. All’interno delle terme alcuni ambienti erano decorati con pavimenti e mosaico, di cui sono rimasti le parti riguardanti il mito di Elle e Frisso, oppure scene con palestriti che rimandano alle analoghe raffigurazioni di Ostia. Fra le numerose divinità adorate sembra avere un ruolo preminente la Dea Fortuna. che potrebbe aver lasciato il nome all’attuale ‘Salita della Fortuna’. Peraltro considerazioni di ordine topografico e recenti rinvenimenti nell’area a sud di via Rocca d’Elci fanno supporre la presenza di un Santuario terrazzato dedicato probabimente ad Ercole.

    Trebula dei Suffenati aveva sotto il suo controllo un’area abbastanza vasta, sulla quale nel medioevo sorsero tutti gli attuali paesi del circondario (Castel Madama, Ciciliano, Sambuci, Pisoniano, Cerreto, Gerano, Canterano, Rocca Canterano, Rocca di Mezzo, Rocca Santo Stefano, Saracinesco, Anticoli Corrado, Marano Equo, Agosta).

    (4) Parabòcio

    Suggestive cascatelle di acque cristalline alimentate da sorgenti di deflusso carsico. Dopo il nubifragio del 14 novembre 2015 (82 mm di pioggia in due ore), i percorsi d’acqua si modificarono e la portata della cascata finale (il Parabocio) inizialmente sparì per riprendersi dopo con una portata minore.

    (5) Bivio per la Fonte della Nocchia e la Rocchetta (m.767)

    La Fonte della Nocchia che alimenta tuttora l’acquedotto per Ciciliano approvvigionò in passato Trebula Suffenas e nel medioevo alimentò la Mola della Rocca, mulino a servizio dei villaggi di Civitas Noae, San Valerio e San Magno posto lungo il fosso denominato Vae (guado) e Simone.

    La Rocchetta o Rocca de Ilice (da ilex. leccio) fu edificata intorno all’anno 1000 dai monaci di Subiaco a controllo dei confini contesi a Tivoli, a difesa delle possessioni montane e del villaggio Civitas noe con l’annessa chiesa di S. Giovanni, insediamento sorto sulle rovine di Trebula. Fortilizio dei Colonna dal XIV secolo, decadde dopo il 1500 e fu definitivamente abbandonato quando il feudo di Ciciliano rientrò nel totale possesso della famiglia Theodoli.

    (6) Castrum Morellae, I Tre Murruni

    Fu un luogo fortificato posto in prossimità della Fons Ilicis, oggi Fonte della Morrélla. Il fortilizio fu eretto su una cima caratterizzata da tre speroni rocciosi, murruni. a protezione dei pascoli alti della Montagna per i quali sorsero spesso rivendicazioni d’uso tra i pastori d Poli-Guadagnolo e quelli di Ciciliano e tra i signori di Poli e l’Abbazia di Subiaco. Fu edificato intorno al 1200 ed ebbe vita breve dopo che rientrò definitivamente in possesso dei monaci sublacensi che possedevano la vicina Rocchetta.

    (7) Fonte della Morrélla: leggenda della Sacra Famiglia

    L’acqua gelida sgorga al di sotto di una grossa pietra o morra.

    Presso la fonte vi è un masso levigato sul quale appaiono delle impronte che ricordano quelle di un ginocchio di un animale inginocchiatosi per bere.

    La tradizione locale vuole che le orme appartengano alla mula condotta da San Giuseppe, che trasportava la Madonna ed il Bambino Gesù lungo l’antica via che conduce alla Mentorella.

    (8) Ara della Croce: leggenda di S. Eustachio

    L’ara o aia è un pianoro in terra battuta esposto ai venti. usato in antico per battere il grano o farlo calpestare dai buoi condotti in circolo. Le spighe così tritate erano alzate al vento con pale di legno. La pula, più leggera, era trasportata lontano mentre il cereale, più pesante, cadeva al suolo.

    La leggenda eustachiana risale all’VIII secolo e narra che un ufficiale romano di nome Placido, mentre inseguiva un cervo durante una battuta di caccia, assistette ad un prodigio: una croce luminosa comparve tra le corna dell’animale. Placido, edotto del significato della croce, divenne cristiano e battezzato assunse il nome di Eustachio. Visse ai tempi di Traiano e morì martire sotto l’imperatore Adriano. Un’antica tradizione identifica il luogo del prodigio “nei monti della Mentorella, là dove sorge il Santuario di S. Maria in Vulturella, sopra Ciciliano”. Una versione locale pone il primo incontro con il cervo nel pianoro che per questo fu detto Ara della Croce. La presenza di cervi nella zona fu rilevante sia nell’antichità che nel medioevo, l’ultimo esempplare fu abbattuto nella seconda metà dell’800.

    (9) Santuario di Santa Maria in Vulturella (m. 1018)

    La chiesa è citata per la prima volta in un diploma pontificio dell’anno 958 a proposito di una determinazione di confini delle terre possedute dall’Abbazia sublacense.

    Nella prima metà del 1200 il vescovo tiburtino Ciaro dirigeva ai fedeli della diocesi una lettera pastorale nella quale esponeva lo stato di decadimento della chiesa a causa delle guerre feudali, enumerava i titoli d’onore tradizionali che la rendevano veneranda, quali l’apparizione del cervo crocifero a S. Eustachio e la sua consacrazione all’epoca di Costantino per mano di San Silvestro papa, ed esortava i devoti affinché venissero in suo soccorso con larghe elemosine. Giovanni di Giacomo, oblato di Ciciliano, fu delegato a raccogliere le offerte per il soccorso della chiesa che venne riedificata con quell’assetto architettonico che ancora oggi conserva grazie ai restauri eseguiti nel ‘600 per iniziativa del dotto gesuita Atanasio Kirker.

    Kirker ideò i “portavoce della Mentorella“, amplificatori di suoni che potevano essere uditi a diversi chilometri di distanza, per richiamare alle funzioni religiose gli abitanti dei paesi della valle del Giovenzano.

    Annesso alla chiesa vi è un monastero gestito dal 1857 dai Padri Resurrezionisti polacchi. Appena eletto papa, San Giovanni Paolo II andò in pellegrinaggio al santuario il 29 ottobre 1978.

    (10) Guadagnolo (m. 1218)

    Il sentiero dei pellegrini finisce al santuario della Mentorella, ma chi vuole può proseguire fino a Guadagnolo, il più alto centro abitato della provincia di Roma che guarda la Capitale e moltissimi tra paesi e città, fino al Tirreno e al Gran Sasso d’Italia.

    Sulla sommità del paese sorge la statua bronzea di “Cristo Fratello Universale” che ha sostituito il vecchio Monumento al Redentore in pietra locale, abbattuto dai fulmini, eretto per celebrare l’inizio del XX secolo dell’era cristiana.

    Fonti

    Questa pagina si basa sul pannello informativo “Un’antica via tra storia, fede e natura”realizzato nel 2010 dal Comune di Ciciliano con il contributo della Provincia di Roma in collaborazione con Legambiente Lazio e la partecipazione dell’APS Comitato Art. 9 con testi di Valerio Calvari, Giovanni Minorenti. Franco Sciarretta e Massimo Spaventa.

  • Teatro a Trebula con Noi Lilith (agosto 2017)

    Teatro a Trebula con Noi Lilith (agosto 2017)

    In ricordo di Giusi Martinelli pubblichiamo questo articolo con foto di Claudio Mattoni.

    Giusi Martinelli era autrice, regista e interprete di questa rappresentazione teatrale ispirata ad una vicenda riferita da Tacito negli “Annales” che ha come protagonisti due personaggi della famiglia dei Plauzi Silvani originaria di Trebula Suffenas: la potente matrona Urgulania, intima amica di Livia, la moglie di Augusto e madre di Tiberio, e il pretore Marco Plauzio Silvano la cui sorella, Urgulanilla, aveva sposato il futuro imperatore Claudio, nipote di Livia. Il loro padre, Aulo Plauzio Silvano, figlio di Urgulania, era stato Console assieme ad Augusto nel 2 a.C. ed aveva eretto il Mausoleo dei Plauzi a Ponte Lucano.

    Il racconto di Tacito

    Il pretore Plauzio Silvano, per motivi ignoti, gettò dalla finestra la moglie Apronia. Trascinato dal suocero Lucio Apronio davanti a Cesare, rispose confusamente che egli dormiva e perciò ignorava quanto fosse accaduto; la moglie si era precipitata da se stessa. Senza indugio Tiberio si reca a casa di lui; esamina la camera da letto e scorge indizi certi di violenza e di resistenza. Ne riferisce al Senato, e già erano stati designati i giudici, quando Urgulania, nonna di Silvano, invia un pugnale al nipote. E, per l’amicizia di Augusta con lei, si pensò che tale consiglio glielo avesse dato il principe. Dopo avere invano tentato di colpirsi, il reo si fece tagliare le vene. In seguito, Numantina, prima moglie di lui, accusata di avere con incantesimi e filtri ridotto il marito alla pazzia, fu giudicata innocente.